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PRIMA LETTERA AI CORINZI
(14)

 

Ad ogni pagina, quasi, della Prima Lettera ai Corinzi si trova una sorpresa e viene spontanea la domanda: ma cosa succedeva tra i cristiani di Corinto? Ed è così anche per questo cap. 15 che ci dà l'ultima catechesi di Paolo ai fedeli di quella comunità. Questa catechesi riguarda l'ultimo articolo del Credo, che anche per noi appare ostico da accogliere: si tratta della “risurrezione dei morti” o, come si esprime un'altra formula del Credo, “la risurrezione della carne” che a Corinto alcuni cristiani cercavano di negare o di interpretare fuori della tradizione apostolica. Paolo divide la lunga trattazione in due parti: dapprima parla della risurrezione di Gesù e della risurrezione dei credenti in lui con le conseguenze che ci sarebbero negando questo punto della fede (vv. 1-34); poi passa a parlare su come saranno i corpi risuscitati (vv. 35-58), concludendo con paterne raccomandazioni perché Paolo non è solo “maestro” dei suoi fedeli, ma è, ancor prima, padre e pastore.

I. LA RISURREZIONE DI GESù E DEI CREDENTI IN LUI (15,1-34)

La risurrezione di Gesù, fondamento della fede cristiana (15,1-11)

Paolo non dice se gli è stato chiesto per lettera di intervenire sulla questione o se ne ha sentito parlare a voce dalle persone venute da Corinto, dato che inizia subito ricordando la verità fondamentale della fede cristiana: «Vi richiamo il vangelo che vi ho annunziato…», cioè la morte e la risurrezione di Gesù Cristo, espressa con formule catechistiche, possiamo dire, già fissate prima di Paolo dato che egli dice di aver ricevuto questa verità negli stessi termini con cui l'ha trasmessa ai Corinzi (è il linguaggio usato da Paolo in 11,23, quando ricordava l'istituzione dell'eucaristia: “Ho ricevuto… quello che vi ho trasmesso”). Ora egli trasmette ai Corinzi ciò che anch'egli ha ricevuto fin dal tempo della sua conversione: «Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture, ed è stato sepolto; è risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture, ed è apparso a Pietro e ai Dodici…» (vv. 3-5). Paolo ha ricevuto questo “annuncio della fede cristiana”; non lo ha inventato lui, ma lo tramanda in pieno accordo con tutti gli altri apostoli, i Dodici. Perciò conclude questo primo brano della sua catechesi dicendo: «Dunque sia io sia loro così predichiamo e così avete creduto»

(v. 11). Nella formula del vangelo annunciato da Paolo si elencano anzitutto dei fatti: morì… fu sepolto… fu risuscitato… apparve... Sono eventi vissuti da Gesù di Nazaret, come lo erano stati tutti gli altri da lui vissuti fin dal suo concepimento e lungo tutta la sua vita, come ci sono testimoniati dai vangeli che fissano la predicazione dei “testimoni” della vita di Gesù. Il cristianesimo non è una religione inventata dagli uomini che parlano di divinità (una o più!) secondo la loro immaginazione o i loro ragionamenti, ma è una fede che si basa su eventi accaduti, su un personaggio vissuto in un determinato tempo, in un luogo, in mezzo a un popolo… Luca, l'evangelista di origine pagana, forse della città di Antiochia, e più aperto alla cultura greco-romana del suo tempo, dichiara che prima di mettersi a scrivere il suo vangelo ha fatto accurate ricerche per garantire che quanto insegnava la chiesa aveva il suo fondamento nei fatti (Lc 1,1-4); e poi quando inizia il racconto della vita pubblica di Gesù precisa la situazione storica, controllabile (Lc 3,1-2), in cui Gesù visse la sua vicenda che si è conclusa - ma anche riaperta! - con quelle “quattro parole”: morì… fu sepolto… fu risuscitato… apparve. A questi quattro verbi che fissano gli eventi, si aggiunsero poche parole, essenziali, per dare il senso a quegli eventi, il senso che essi hanno per la salvezza dell'uomo, il senso che hanno perciò nel progetto di Dio: la vicenda di Gesù di Nazaret non è una realtà che riguarda solo lui; tutto ciò che Gesù ha vissuto, ha detto e operato riguarda noi tutti, perché la sua persona e la sua esistenza terrena è la realizzazione di quanto Dio Padre ha progettato e ha promesso per la nostra salvezza.
Paolo dirà nella 2a lettera ai Corinzi (1,20) che Gesù è il “Sì” di Dio, cioè la realizzazione di ciò che aveva promesso e annunciato nelle Scritture, come dice la formula di fede riportata da Paolo: “secondo le Scritture”. E la Chiesa primitiva aveva riconosciuto soprattutto nella celebre figura del “Servo di Jhwh”, descritta da Isaia 52,13-53,12, il ritratto anticipato di Gesù: quel “Servo” era morto per i peccati del suo popolo e gli aveva portato redenzione e salvezza. Sulle apparizioni del Risorto, Paolo non si accontenta di riferire quelle che possiamo definire “ufficiali”, come quelle a Cefa (Pietro) e ai Dodici testimoni della vita pubblica di Gesù e scelti direttamente da lui, ma ci informa che vi furono anche altre apparizioni, non registrate nei vangeli, come quella a 500 persone; infine accenna alla apparizione che ha avuto lui stesso (vv. 6-10). Dice che Gesù è apparso a lui “come a un aborto”. Forse intendeva dire che l'apparizione di Gesù sulla via di Damasco (cfr. Atti 9) lo ha tratto fuori violentemente dalla sua “matrice” ebraica facendolo suo discepolo e apostolo, ma forse intendeva dire anche che egli era come un feto morto estratto dal seno materno e che ora la sua vita, quella vera di discepolo e apostolo di Cristo, è un miracolo della grazia di Dio, come egli stesso riconosce, una grazia che lo ha portato a operare e faticare anche più degli altri apostoli, quasi per riparare quel tempo della sua vita in cui aveva perseguitato Cristo nei suoi fedeli.

Se Cristo è risorto, risorgeremo anche noi (15,12-19)

Su queste premesse Paolo avvia la contestazione delle opinioni di coloro che negano la risurrezione di Cristo. Certo noi ci domandiamo come mai delle persone che avevano accolto da Paolo il vangelo di Gesù morto e risorto come salvatore del mondo, potessero poi negare la sua risurrezione che è il punto d'arrivo della vicenda di Gesù e soprattutto il fondamento e punto d'arrivo della nostra salvezza. Paolo scrive questo brano della sua lettera con uno stile quanto mai efficace e provocatorio verso costoro che forse non si rendevano conto fino in fondo delle loro posizioni. Quei cristiani di Corinto che negavano la risurrezione dei morti, forse non si erano ancora liberati dai condizionamenti della loro mentalità e cultura greca, per cui immaginavano l'anima come “caduta nella materia”, cioè nel corpo, che la teneva prigioniera e dal quale essa aspirava a liberarsi. Per costoro probabilmente la risurrezione di Gesù appariva come un caso eccezionale che riguardava lui solo. Altri studiosi, forse con più ragione, tenendo presente l'abbondanza e l'effervescenza dei carismi nella comunità dei Corinzi, ritengono che alcuni di essi, i più entusiasti ed esaltati, pensassero di essere già nella condizione di risorti, animati com'erano dallo Spirito che li univa a Cristo, per cui non avrebbe aggiunto nulla una risurrezione alla fine dei tempi. Ancora anni dopo, vi erano dei cristiani che avevano deviato dalla verità, sostenendo che la risurrezione era già avvenuta (2Tim 2,18). Comunque sia, Paolo reagisce impetuosamente a queste idee mostrando le conseguenze assurde che da esse derivano: 1) Anzitutto, se i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto: da nessuna parte è scritto né alcun apostolo ha mai detto che il suo sia un caso unico. Cristo, dice Paolo, è un caso unico solo nel senso che egli è la primizia dei risorti.
Egli prende l'esempio dai frutti e dalle messi della terra: una piccola parte di essi matura con qualche anticipo sul grande raccolto che seguirà a suo tempo. I credenti seguiranno Cristo risorto così come la messe segue alle primizie. 2) Se Cristo non è risorto non ha alcun senso la predicazione degli apostoli, testimoni del Cristo risorto e non ha alcun senso la fede in lui dei credenti, dato che la sua risurrezione è il punto fondamentale della predicazione e quindi della fede. 3) Se Cristo non è risorto gli apostoli e i missionari del vangelo sono addirittura dei falsi testimoni di Dio, poiché affermano che egli ha risuscitato Cristo dai morti, mentre questo non è avvenuto. 4) Se Cristo non è risuscitato dai morti, ripete Paolo, è inutile la fede in Cristo, ma allora i cristiani sono ancora come tutti gli altri, immersi nei loro peccati e quelli che sono morti con la fede in Cristo sono perduti come coloro che lo hanno rifiutato. 5) Infine, se Cristo non è risorto e neanche noi risorgiamo, perché crediamo ancora in lui? Lo facciamo solo per questa vita? Ma l'essere cristiani, in questa vita, procura solo sofferenze, disprezzo, emarginazione nella vita civile… Se noi credessimo e sperassimo in Cristo solo per questa vita saremmo davvero i più miserabili e insensati di tutti gli uomini!

I seguaci di Gesù sono uniti a lui come le membra al capo (15,20-34)

Dopo questa valanga di controsensi che derivano dal negare la risurrezione dei morti, Paolo ritorna all'affermazione della fede (v. 20), e indica Cristo risorto come il nuovo Adamo, principio della nuova umanità: egli infatti genera in maniera divina, mediante la grazia, quanti lo accolgono con fede, così come il primo Adamo ha dato origine alla nostra umanità comunicando la vita naturale, sebbene la vita trasmessa dal primo Adamo sia piuttosto una morte. Cristo risorto invece eliminerà la morte e tutte le potenze umane o demoniache che cercano di distogliere l'uomo dalla fonte della vera vita. Egli infatti, risorto e assiso alla destra del Padre, è al di sopra di ogni potenza, comprese quelle angeliche, e tutto sarà sottoposto al suo dominio regale alla fine dei tempi, quando egli offrirà al Padre tutto ciò che avrà ottenuto con la sua opera redentrice. Allora Dio sarà tutto in tutti, cioè in tutti e per tutti gli appartenenti a Cristo e risorti come lui, Dio sarà pienezza di vita, di felicità e di gioia (v. 28). A questo punto Paolo ricorda un rito stranissimo per noi e scomparso presto dalle usanze della chiesa. Parla di alcuni cristiani che si fanno battezzare per i defunti (v. 29). Forse si trattava di una pratica intesa a beneficio di parenti o amici morti quando erano ancora catecumeni. Paolo non approva né disapprova questo rito; vi accenna solo per dire che esso non avrebbe alcun senso se i morti non risorgessero. Vi aggiunge inoltre l'esperienza personale delle sofferenze che gli procura la sua missione di apostolo, accennando a un episodio accadutogli a Efeso che egli chiama “un combattimento con le fiere” (vv. 30-34). Paolo come cittadino romano non poteva essere condannato a “combattere” in teatro con bestie feroci; deve trattarsi quindi di una immagine che esprime la sofferenza e i pericoli che ha dovuto superare, paragonabili ai combattimenti con le belve nei teatri. Comunque sia, Paolo dice: chi potrebbe obbligarmi a fatiche e pericoli solo per ragioni umane, se non avessi la certezza di una vita piena e felice in Cristo? Se non fosse così, potremmo anche noi, come i pagani, cercare di spremere da questa vita la felicità e i piaceri che può dare.
Ecco quindi dove possono portare i discorsi di coloro che negano la risurrezione per cui bisogna evitarli, ritornando con sicurezza alla verità cristiana. Diversamente si mostra di non conoscere veramente Dio, il Padre che ama e vuole salvare i suoi figli. Possiamo concludere dicendo che Paolo basa il suo discorso sulla risurrezione dei morti su due princìpi, anche se non lo dice espressamente: a) la realtà della stretta unione dei cristiani a Cristo risorto, come membra di un unico organismo animato dall'unica vita divina, esige l'unità del destino finale (cfr. la catechesi sui carismi al cap. 12); b) secondo la rivelazione biblica l'uomo è uscito dalle mani di Dio composto di un elemento spirituale e di un elemento materiale e così com'è stato creato egli è immagine e somiglianza di Dio. Perciò la salvezza e la redenzione operata dal Figlio di Dio, fattosi figlio dell'uomo, salva, libera e redime la creatura umana in tutte le sue componenti, come è uscita dalle mani di Dio, che non disprezza nulla di ciò che ha creato.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Cerco di coltivare nella mia spiritualità il pensiero della mia vita in Cristo, prima e più ancora del pensiero della morte?

2) Un autore moderno, convertito, dice che il primo dovere del cristiano è la gioia! Essa è il clima spontaneo di chi ha trovato il fondamento e il senso della propria vita. È anche il clima in cui cerco di vivere la mia esistenza, che così diventa una testimonianza a Cristo anche senza parole? (Ricorda S. Paolo: “sovrabbondo di gioia in ogni nostra tribolazione!” 2Cor 7,4).

3) Pensando che Dio mi ha creata corpo e anima destinando ambedue alla risurrezione e alla piena felicità, ho cura anche del mio corpo, come opera meravigliosa di Dio, destinata a goderlo per sempre? (Questo comporta attenzione, cure - anche mediche - evitando trascuratezze, e inoltre qualche mortificazione…).

D. Antonio Girlanda ssp

 

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